Gli effetti del coronavirus sulla borsa e sul debito pubblico italiano.

Gli effetti del coronavirus sulla borsa e sul debito pubblico italiano.
Dei negativi effetti del coronavirus sulla borsa italiana ne abbiamo parlato il 13 c.m., focalizzando alcuni motivi di fragilità della Borsa di Milano, deplorando le dichiarazioni della massima autorità della Bce e condividendo l’intervento del ns Presidente Mattarella.
Ora rileviamo quanto segue.

  • La Consob, come da noi auspicato, ha bloccato le contrattazioni allo scoperto su 85 titoli di aziende italiane considerate strategiche, anche se tale provvedimento sarebbe stato opportuno estenderlo a tutti i titoli quotati in borsa, ciò in quanto molto spesso ci accorgiamo dell’importanza di certe aziende, che non sono comprese nelle 85 “tutelate”, solo dopo che sono passate in mano alla concorrenza di altri Paesi.
  • La Bce, dopo le parole di Cristine Lagarde, che hanno dato il via al tonfo della Borsa di Milano, ha rettificato il tiro specificando che “non lascerà sola l’Italia”.
  • Il Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) ha comunque richiesto l’intervento della Consob per verificare “… eventuali atti speculativi in connessione con le dichiarazioni rese dalla Presidente della Bce”, come peraltro auspicato da Demos sulla propria pagina Facebook. 
  • Il Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che “Siamo assolutamente pronti ad aiutare l’Italia con qualunque cosa sia necessaria”, accogliendo le nostre richieste e assicurando la massima flessibilità.
  • Anche le dichiarazioni dei leader della Germania sono sembrate improntate a una maggiore collaborazione nei confronti dell’Italia, visto che la Germania ha annunciato un’immissione di liquidità pari a 550 miliardi di prestiti garantiti dallo Stato e il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha dichiarato che è “uno scudo di protezione per lavoratori e imprese”, precisando che non ci sarà un limite in caso di ulteriori necessità. Inoltre, anche la Francia per sostenere il suo mercato interno ha necessità analoghe. Quindi, ora, in Francia e Germania non si parla più di vietare gli aiuti di Stato, ma è chiaro che i capitali messi in campo dall’Italia, pari a 25 miliardi di Euro, non sono paragonabili a quelli della Germania che ammontano a 550 miliardi di Euro, se la notizia verrà confermata. Tale disparità si potrebbe identificare con un aiuto di Stato da parte della Germania ed è forse, questo il motivo per il quale si registra un’inversione di tendenza nei confronti del nostro Paese.
Da quanto precede è comunque chiaro che l’Italia potrà godere della flessibilità necessaria e non ci sarà il solito disco rosso della UE o dei singoli Paesi “virtuosi”. Tant’è vero che oggi il Presidente del Consiglio dei ministri Conte, con il preannunciato decreto #CuraItalia ha confermato lo stanziamento di cui si era parlato nei giorni precedenti dopo aver ottenuto il disco verde da parte dell’U.E. 
Ma questa flessibilità, che incrementa il nostro debito pubblico, deve essere utilizzata soprattutto per gli investimenti produttivi per accrescere il nostro PIL (Prodotto Interno Lordo) e non per dare mance elettorali. Altrimenti il disco rosso ci sarà da parte delle “Agenzie di Rating” e con lo “Spread”, rendendo ancora più pesante il debito pubblico italiano.
Ora dobbiamo avere la consapevolezza che questo momento negativo passerà ma già si possono intravvedere le possibilità di fare quegli investimenti produttivi che non si potevano fare prima; ci si prospetta, oggi, una strada di consenso generalizzato che non deve essere vanificata con provvedimenti analoghi alla concessione degli 80 euro, la quota 100 o il reddito di cittadinanza. Senza finanziare le attività produttive che creano lavoro e opportunità come la ricerca, l’istruzione o la sanità, siamo condannati al declino e ad assistere all’esodo dei nostri giovani più preparati e promettenti per mancanza di opportunità di lavoro.
Con la convergenza di interessi, in ambito UE, andrebbero riviste alcune regole comunitarie al fine di ottenere anche una convergenza fiscale, sempre ventilata ma mai attuata. Non è possibile che nella UE ci siano Paesi che sopportano i costi sociali della produzione, come l’Italia, e dei paradisi fiscali come Cipro, Malta, Olanda, Belgio, Irlanda, ecc., dove si possono pagare tasse ridotte e in regime di concorrenza sleale con altri Paesi.
Il coronavirus è una grande calamità, ma se vogliamo capitalizzare la solidarietà che sta creando per arginarlo, si può rivelare un’opportunità da non perdere.

Roma 16.03.2020

ALLEGATI: 

D_20200316_Coronavirus-2.pdf
 
Pubblicato in data 16/03/2020 da Giancarlo Barra